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Repubblica 24/2/2001: Greggi di pecore dimenticate così sane che ora si adottano

di PAOLO RUMIZ

NUORO — Il maestrale plana sul Gennargentu, esplode fra i lentischi, tuona tra i sugheri e gli olivastri, ma nemmeno quel soffio indemoniato copre il vero rumore della Sardegna. E’ lo scampanare di quattro milioni di pecore che vanno, in formazione lenta, nel labirinto di graniti e arbusti, sparse sotto un cielo basso, quasi irlandese. Bestie libere, finalmente. Dopo aver visto mucche cannibali, recinti sovraffollati da maiali pazzi, eserciti di tacchini reclusi e artritici, vasche di trote addormentate nel loro stesso cibo, dopo aver sentito l’urlo dei cavalli nei macelli industriali e il brusìo delle conigliere in batteria, è qui, tra questi pastori aggrappati all’isola più segreta del Mediterraneo, che ritrovi qualcosa di simile alla natura nella macchina implacabile che ci alimenta.
Animali antichi: se il pastore sgozza una sua pecora in mezzo al gregge, le altre non fanno una piega. Non è solo la remissività dell’Agnello al sacrificio, è qualcosa di più ancestrale: l’accettazione del Fato nella vita del gruppo. Ma basta che un estraneo entri nell’ovile, ed esplode il panico. «Diventano ingovernabili – spiega Tonino Siotto, pastore di Ollolai — di mungerle non se ne parla nemmeno». Allora capisci. Ecco perché negli spot pubblicitari trionfano solo galline bioniche o ébeti mucche caroline, e pecore invece niente! Se escludi la lana, questi animali omerici non interessano al Capitale. Non li può rinchiudere, concentrare, industrializzare. Peggio ancora: si ostinano ad aver bisogno dell’uomo, delle sue mani. Un formaggio di pecora fatto a macchina fa ridere. «Se sapessimo come si lavorano le sottilette – ghigna Mario Bitti, direttore dell’Assoallevatori di Nuoro — il Fiore sardo lo pagheremmo centomila al chilo».
Coltello da lavoro, cellulare e una forma di pecorino sul tavolo, Giuseppe Marchi ha la faccia antica ma è un allevatore moderno. Ha un migliaio di bestie e una fattoria presso Ottana, nella valle del Tirso. Ha pascoli suoi, una mungitrice meccanica, personale di supporto. Ma lavora lo stesso sedici ore al giorno, domeniche comprese. Sa che il guaio vero non è la siccità e nemmeno la «Lingua blu», un’orrenda epidemia portata da un insetto tropicale che fa abbattere mandrie intere. Non è nemmeno che le pecore sono una persecuzione, le devi mungere due volte al giorno.
Il problema è che i prezzi li fa il cartello dell’industria, e da vent’anni la carne d’agnello è inchiodata sulle stesse quotazioni, 8500 al chilo. E’ che l’animale adulto, la più sana delle carni, è uscito dalle abitudini alimentari millenarie degli italiani. Mentre i francesi ricamano sul Roquefort, il formaggio più buono del mondo non riesce a entrare nei mercati ricchi. E la pecora, che nell’Ottocento sosteneva da sola l’erario del Regno di Napoli, oggi non vale più niente. Qui non la rubano neanche più: l’abigeato è scomparso dalla criminologia sarda.
Marchi poteva andarsene in fabbrica, quando sull’Isola esplodevano industria e turismo, quando si scatenava l’arrembaggio alle coste e fare il pecoraio significava non trovar moglie. Ma una cosa lo ha convinto a tener duro: l’idea che in quel benedetto animale ci fosse del futuro. La certezza che industria e turismo sono cose che passano, mentre la terra resta. «I miei mi scongiurarono di mollare. Non li ho ascoltati e il tempo mi ha dato ragione. Oggi le fabbriche chiudono, inghiottono miliardi, e negli allevamenti industriali scoppiano malattie strane. Guai mollare adesso. E’ questo il momento di crescere, di uscire dalla morsa di una globalizzazione perversa. Mucca pazza dice che la gente ha bisogno di cose vere, certificate, di cui fidarsi».
Fuori è tutto verde, un inverno così buono non si vedeva da vent’anni. C’è l’acqua finalmente, dopo tante stagioni desertiche, roventi. Le pecore son fuori, fanno latte alla grande, gli agnelli succhiano, dormicchiano sotto le madri. Nella sala affumicatura formaggi arde il braciere con legno di quercia e perastro, un profumo fantastico. Non diresti mai che è proprio fra questi animali arcadici che la modernità ha cominciato a implodere. Due secoli fa, con l’industrializzazione inglese e le prime recinzioni dei pascoli liberi. E poi, con i primi casi registrati di pecora pazza in Spagna; la micidiale «Screpy», immigrata negli anni Ottanta tra i bovini attraverso le farine animali. Chissà, forse la Bibbia ha ragione. L’Agnello è davvero l’Alfa e l’Omega del nostro ciclo vitale.
«Sa cosa diceva Carlo Quinto dei sardi? Che sono "Pocos, locos y mal unidos". Pochi, stolti e disuniti», si accalora Carmelo Cicalò, indomito allevatore di Fonni, che da anni combatte per rompere gli storici particolarismi locali che inibiscono il marketing dei prodotti sardi. E’ il suo modo per dire che il problema, prima che economico, è culturale. «Non è solo la nostra Il sindacato è stato un elemento di conservazione, non di sviluppo. Ha cercato assistenza, non la crescita di un nuovo sistema imprenditoriale».
Ora qualcosa si muove, anche nella Barbàgia delle faide. E’ nato un consorzio di 17 paesi e 110 imprese, tutte biologiche: dall’agriturismo al vino, dal miele ai piccoli caseifici di montagna. Si rilanciano i maiali bradi e la squisita vacca locale, piccola e più agile di una capra. Gli allevatori cominciano a consorziarsi per pattugliare i boschi e prevenire gli incendi nei boschi. Intanto, torna il latte di capra, che in passato ha costruito il corredo immunitario di milioni di bambini italiani e oggi viene riscoperto per il suo potere anticancro. E non basta: con l’università si lancia un incrocio nuovo, inseminando la pecora col muflone. Lo «Iosto», carne delicata e selvatica assieme.
Intanto, se i leghisti mobilitano i maiali contro l’Islam, è proprio l’Islam a rilanciare alla grande la pecora italiana. In sordina, nelle bassure fra il Po e il Piave, sono ricomparse le greggi. I clienti più assidui dei pastori bellunesi e bergamaschi sono loro, i vituperati extracomunitari, che per le loro feste chiedono – e pagano bene – i migliori montoni. E’ una rivoluzione economica in piena regola, che parte dal basso. In Sardegna, a Perfugas, una fabbrica di prosciutti, da quando si è convertita agli ovini, è cresciuta al punto da raddoppiare gli impianti; prosciutti ovini, ancora per l’Islam. E la Regione sarda è già partita in missione da Saddam Hussein a Baghdad per studiare uno scambio inedito: carne contro petrolio. Carne, ancora una volta, di ovino.
La pecora ritorna insomma nel paesaggio italiano, dalle Alpi bergamasche alle Calabrie diventa lo strumento principe per ricolonizzare le terre marginali abbandonate con l’industrializzazione selvaggia degli anni Sessanta. E quanto all’Abruzzo – l’altro grande polo ovino assieme alla Sardegna – persino il «New York Times» dedica grandi articoli al gran ritorno delle greggi e a un’iniziativa nuova: «l’adozione» delle pecore, lanciata dalla cooperativa Asca nel parco nazionale e dintorni. «Il meccanismo è semplice – spiega l’appassionato ideatore Nunzio Marcelli – si compra "quella" pecora e dopo un anno ricevi la sua carne, il suo formaggio. Se vuoi, puoi avere l’equivalente della sua lana e dei suoi concimi. Oppure salame di pecora. Non è che il ritorno all’antica consuetudine di andare a comprare dal contadino. Ma stavolta col marchio di garanzia di qualità».
«Anche qui, senza extracomunitari si muore», commenta il veterinario istriano Livio Dorigo. Sulle montagne abruzzesi ci sono lupi e orsi: servono pastori forti, capaci di transumare, di restare in malga per mesi. In quelle condizioni ci riescono solo i macedoni, i montenegrini, i pastoriguerrieri dinarici. La stessa gente naif, dura e crudele che ha fatto la guerra dei Balcani. E intanto, sul lato Adriatico c’è chi rilancia i tratturi come spazio verde, dove rilanciare attività produttive ecocompatibili. Un progetto già in mano ai ministri Bordon e PecoraroScanio......

 

 

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